Il Bangladesh è una terra piuttosto verde: ovunque tu ti
gira, trovi colline, fiumi, laghi, palme da cocco a darti il benvenuto. L’obiettivo
della mia olympius non ha risparmiato
niente di tutto ciò. Ero appena arrivato e già avevo scattato un centinaio di
foto al paesaggio. E a pensare che quello era il mio compito per i prossimi 11
mesi: catturare ogni singolo particolare di quell’angolo di mondo.
Alloggiavamo in un lussuoso resort della
capitale, Dhaka: una nota stonata in mezzo a tutta quella povertà!
Appena arrivati in
camera gettai le valige sul tappeto e con un balzo mi ritrovai steso sul letto.
La testa mi scoppiava per il caos dell’aeroporto, lo stress del viaggio, il jet
lag…il mio unico desiderio era fare un bagno e una bella dormita. Mi girai per
informare il mio compagno di camera, Daniel, che da lì a poco avrei occupato il
bagno, quando mi accorsi che era un letto matrimoniale ricoperto di petali
quello su cui stavo sonnecchiando. Mi alzai in fretta temendo di aver rovinato
quel capolavoro realizzato con tanta cura:
con gli occhi della fantasia si poteva ammirare una coppia di innamorati,
degli sposini, direi. Non l’avevo distrutta, ne avevo schiacciato solo un po di
petali con il peso del mio corpo.
Quel quadretto solleticò
il mio pensiero che, inevitabilmente, corse rapido verso Alice: da quanto tempo
non la sentivo? Oh, mi mancava da morire! Erano passate poche settimane da
quando era partita per Ginevra, non l’avevo ancora contattata per darle il
tempo di ambientarsi nella sua nuova casa, con i suoi nuovi amici,ma era stato
difficile: non poche volte avevo combattuto con l’istinto di scriverle o di
chiamarla. Ero solo, Daniel era sceso alla reception, perciò ne approfittai per
sprofondare nella vasca da bagno. L’acqua lavò via la resistenza che stavo
opponendo a me stesso inondandomi il viso di lacrime salate, accompagnate da una
serie di singhiozzi irrefrenabili che mi squassavano il petto ad ogni respiro. Tutte quelle domande
sul mio futuro, sui miei sentimenti, su Alice non mi davano pace, mi
rimbombavano nella testa senza tregua, senza darmi il tempo di riflettere. Non
sapevo nemmeno se fossimo ancora amici, dopo quel bacio; Alla sua festa, prima
che partisse, non avevamo avuto modo di parlare … Continuavo a piangere, mi
sentivo un fallito, un depresso, un approfittatore. Ero lì, in Bangladesh, ad
occupare quel posto che in tanti bramavano, e non ne ero poi così contento, mi
chiedevo quali qualità di spicco mi
avessero differenziato dalla massa e accomunato agli altri tre; avrei voluto
essere dall’altra parte del mondo, a rincorrere il mio desiderio più vero:
Alice.
Il duro lavoro ebbe
inizio: ci guidarono a Sunabarns,
nella “Foresta Bella”, dove si sarebbe svolta gran parte della nostra
avventura. Era una specie di documentario che dovevamo girare ogni giorno
arrampicandoci su pareti rocciose, addentrandoci nella più fitta vegetazione,
spiando tigri dall’aspetto supremo, dissetandoci da noci di cocco, scovando
passaggi segreti dietro cascate impetuose, sfidando le vertigini sul cigno di
un burrone… Così era diventata la mia esistenza: cosparsa di baratri. Da un
momento all’altro il mio pensiero si arrestava, temerario di precipitare nel
buio senza fine. C’erano ancora tasti dolenti sui quali non potevo ancora
posare, neanche lievemente, le mie dita perché sapevo che le note che avrebbero
riprodotto, avrebbero dato vita ad una melodia straziante, priva di
significato, caratterizzata da lamenti lancinanti che non potevano che
riflettere lo stato pietoso della mia anima. Per non impazzire, presi
l’abitudine di scrivere, su di un taccuino, tutto ciò che mi passava per la
testa quando il flusso della mente mi spingeva verso la voragine della mia
anima. Non riuscivo ad aprirmi con nessuno, non che ci fosse qualcuno che
volesse ascoltarmi … forse Siria era più attenta a me: me la ritrovavo spesso
al mio fianco silenziosa, persa nei suoi pensieri, sempre così distante dal
mondo, eppure avvertiva le mie tensioni, riusciva a tirarmi su con qualche
parola, con un piccolo gesto e non mi faceva mai domande perché sapeva che
l’avrei delusa.
In questo modo riuscivo
a vincere la forza di gravità e a rimane in equilibrio sul filo del rasoio.
Un nuovo giorno stava
nascendo lì fuori, e io non riuscivo proprio a chiudere occhio, ero nervoso per
qualcosa di imminente, ma non sapevo cosa. Ero ancora più irritato dal fatto di
non potermi muovere: Daniel aveva un sonno leggerissimo, percepiva ogni mio minimo
movimento e quindi avrei potuto svegliarlo. L’unica soluzione era scendere dal
letto e andare via dalla camera. Mi diressi verso la grande vetrata che dava
sul lato est della città. Erano circa le 4 di notte, il monsone aveva dato un
attimo di tregua all’intera popolazione immersa nel sonno, tranne che a me: i rumori
mi distraevano, la quiete,invece, mi invitava alla riflessione. Rimuginai su
quelle domande che tamburellavano energicamente i tasselli della mia mente fin
quando, senza neanche accorgermene, il buio della notte si diradò, colorandosi
di mille sfumature di blu. Stavo assistendo ad uno degli spettacoli più
affascinanti della natura: l’alba.
Rimpiansi all’istante
di non aver portato con me la mia fedele olympius.
Il mio pensiero parlava
di lei. Alice. La sentivo lì accanto a me, a sussurrarmi le parole più dolci…
Chissà se a lei era mai accaduto di immaginarmi con lei o di sognarmi e al
risveglio scoprirsi felice di avermi ritrovato almeno nei sogni?
Tornato dalla mia
avventura mattutina, mi concessi una doccia rinfrescante e mi rasai. Dopodiché
mi preparai per quella nuova escursione. Aprii la porta per scendere a fare
colazione e mi ritrovai davanti una donnina di colore che mi porgeva una busta
bianca su di un vassoio. Presi la posta, me la rigirai tra le mani, i miei
occhi andavano in cerca del mittente, quando intravidero quelle cinque lettere:
Alice. Alzai lo sguardo, quella gentile signora mi fece un inchino, poi se ne
andò senza proferire parola. Rientrai in camera. Ero sbigottito dalla sorpresa:
dove aveva preso il mio indirizzo? Lo conoscevano solo i miei. Ma allo stesso
tempo ero senza fiato per l’ansia di sapere cosa mi avesse scritto, cosa ne
pensava di quel bacio, quali erano i suoi reali sentimenti, come stesse senza
di me, quali persone avesse conosciuto e, ad un tratto un pensiero mi
paralizzò: e se mi avesse scritto solo
per raccontarmi dei suoi incontri con nuovi ragazzi? I francesi sanno essere
così ammalianti con quell’accento romantico! Ero sì frastornato, ma comunque
contento che non si fosse dimenticata di me. Decisi di conservarla per quando
sarei stato pronto ad affrontare le sue parole, magari dopo quella giornata, quando sarei stato esausto per poter reggere
l’impetuosità dei miei istinti.
Quel giorno fu estenuante: alla fatica dell’escursione si aggiunse
l’eccessiva generosità del sole che fu davvero troppo cocente. Perciò i
direttori ci concessero l’onore di trascorrere l’intero pomeriggio sulla
spiaggia più lunga del mondo: Cox's Bazar Beach.
Siria e
gli altri mi distrassero completamente dal tarlo che avevo nella mente con
schizzi e lazzi fin quando non arrivò l’ora del tramonto. Eravamo tutti in
ammirazione, quando decisi di allontanarmi con una scusa per godermi il
tormento che mi stavo procurando da me. Mi sedetti sotto una palma da cocco in
direzione del tramonto. Mi sentivo come quand’ero piccolo, ansioso di scoprire
se fosse stato il personaggio che mi mancava, quello celato nel mio happy meal.
La sensazione era quello di essere appeso ad un fil in mezzo ad un temporale,
in bilico tra la disperazione e la felicità. Mi diedi coraggio. Aprii quella
busta. Frugai all’interno e tirai fuori una cartolina che rappresentava il lago
di Ginevra di notte: era un incanto! Dietro c’era scritto:
Caro Luca,
qui è tutto così esorbitante, a partire dai
costi per finire con le banalità;
ma niente vale il prezzo di anche un solo
giorno con te!
Mi manchi tanto
Alice
Tirai un
mezzo sospiro di sollievo. Era appena cominciata! C’era un foglio
piegato ancora da affrontare.
Lo spiegai
delicatamente. Pian piano cominciai a leggere:
Ginevra, 11-09-12
Caro Luca,
come te la passi? Sei ancora vivo? Le tigri del Bengala non ti hanno
già messo sotto i denti, vero?
So che il tuo primo pensiero di quando hai letto il mio nome sulla
posta è stato “ma-guarda-un-po-che-razza-di-stalker-ho-per-amica”; perdonami ma
ho dovuto estorcere il tuo indirizzo da tua madre per placare la mia voglia di
scriverti. So che non puoi avere accesso ad una rete internet lì, i prezzi delle
chiamate non sono affatto modici, perciò anche tu non potevi fare altro che
aspettare che ti contattassi io. Ed eccomi qui.
Mi sono ambientata con molta tranquillità, qui a Ginevra, tutti con me
sono stati calorosi ed accoglienti. Temo solo di non riuscire nello studio, sai
bene che è faticoso comprendere e studiare in un’altra lingua.
Ma andiamo al sodo! Il vero motivo per cui ti ho scritto è perché ho
bisogno di chiarire con te il nostro rapporto. Sai quel bacio…non so che valore
attribuirgli. Cosa avresti voluto dirmi? Siamo amici da anni ormai, non ti ho
mai visto con quegli occhi. Per me sei sempre stato il mio migliore amico, ti voglio
bene come un fratello. Ma dopo quel bacio sono andata in tilt, tutte le mie
certezze sono crollate, solo ora ho trovato la forza di parlartene, avrei
voluto farlo prima di partire, almeno ti avrei guardato negli occhi, però non
ce l’ho fatta. E’ stata una mia debolezza. Tu mi conosci, sai quanto sono
testarda, la me scombussolata mi ha messo fuori gioco. Ora ti chiedo da quanto
tempo nascondi i tuoi veri sentimenti nei miei confronti? Cosa ti ha costretto
a reprimerli così a lungo? Avevi paura della mia risposta?
Ti dico subito che semmai tu provassi qualcosa per me, non devi
tenertela dentro, devi dirmelo, non sono affatto in collera con te. Anzi lo
sarei, se tu continuassi a mentirmi. Sono disposta a darti tutto il mio
appoggio.
Forse sto correndo troppo, scusami, magari sono tutte pippe mentali, le
mie.
Dimmi che quel bacio è stato solo un modo affettuoso per salutarmi con
tutto il bene che provi per me e vedrai che la nostra amicizia non muterà di un
millimetro.
Non lasciarmi troppo in attesa, sai che sono ansiosa. Mi manchi
terribilmente. Goditi la natura!
Ti voglio bene, Alice
O mio Dio! Sono senza
fiato. I miei sogni mentali riprendono vita. Non mi odia! Vorrei urlarlo al
mondo! Vuole che le scriva! Mi vuole bene!! Non si è scordata di me!
Mille vertici di
piramidi si stagliano sullo sfondo della mia anima: sono i picchi di gioia che
riempiono quei vortici vertiginosi. Come uno schizzo frenico, mi metto a
volteggiare, ad esibirmi in capriole acrobatiche in riva al mare, urlando e
cantando euforicamente. Finisco sul bagnasciuga a lasciarmi inondare dall’acqua
cristallina. Il mare mi riporta alla lucidità mentale: “perché stai esultando?”
Chiede indispettita la vocina che è dentro di me. “Si non è arrabbiata con te,
ma non ti ama come vorresti tu, non ti ricambia, ha ribadito che per lei sei
come un fratello, ti vuole un bene carnale!”
Ha proprio ragione la mia
coscienza…
Cosa le risponderò ora?
Ha capito tutto! Come me ne esco? Se le dirò la verità, lei si allontanerà da
me, lo so, anche se dice che niente cambierà. Sarò capace di fingere ancora?
Ecco che le piramidi
crollano rase al suolo.
Cala la notte. Nel
cielo le stelle formano un sorriso, il suo, che splende radioso.
Come potrei farla soffrire, dicendole che non posso
continuare ad esserle amico?
O mi permette di amarla
o niente! Preferisco lasciarla andare, non sarei più un buon amico per lei.
L’unica certezza che ho,
è l’amore che provo per lei.
Mi infilo le cuffiette
del cellulare. Solo la musica sa davvero consolarmi al momento opportuno. Mi
avvio verso gli altri, mi staranno cercando. Le parole della canzone sono così
adatte …
Una lacrima scende, ma tu non
andare … resta
Sonia
Passo l'ispirazione a Martina prima che parta.
Le parole sono: cammeo, tampax, Lapponia,bisbetico, souris.
sonia è bellissima e le parole di martina sono proprio appropriate. vediamo cosa riesce a fare, anche se ha detto testuali parole" aniell cia mis tr mis. ij c mett n'ann"
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